Il termine stracci è spesso usato indiscriminatamente per intendere qualsiasi tessuto usato per la pulizia. E’ comunque un errore confondere gli stracci con i panni, che sono più evoluti strumenti di pulizia, studiati e creati per una specifica funzione. Gli stracci, detti anche “cenci” in Toscana, “burazzi” in Emilia Romagna e “sparroni” nelle Marche, sono frammenti di stoffa che derivano da abiti e biancheria da letto o da bagno ormai troppo logori per essere utilizzati. L’uso principale degli stracci è quello di farne strumenti per le pulizie domestiche e per compiti in cui il prodotto stesso è comunque destinato ad essere gettato. La parola stracci ha origine dal modo in cui si essi si ottengono tagliando la stoffa iniziale e cioè per “strappo”: strappando la tela e tirandone le estremità in direzioni opposte, ne risultano infatti due stracci utili. Se lo spessore della stoffa è superiore ai cinque millimetri, gli stracci che ne derivano sono più spesso utilizzati per pulire i pavimenti, mentre per spessori inferiori essi sono usati a mano. L’introduzione del mop e del mocio, più comodi, duraturi e pratici, ha ridotto comunque l’uso degli stracci per la pulizia del pavimento. Gli stracci infatti devono essere continuamente strizzati a mano durante la pulizia, perciò chi usa gli stracci è costretto a chinarsi a terra, con ovvia fatica. Un tempo quindi gli stracci erano gli unici mezzi per poter pulire la casa e l’ambiente di lavoro. Ma oggi, perché usare ancora gli stracci, quando esistono i panni? Certo, gli stracci sono più facilmente reperibili in casa, ma gli stracci, se usati per le pulizie hanno numerosi difetti. Innanzitutto gli stracci lasciano residui come peli e residui delle loro fibre che creano ulteriore sporco e attirano nuovamente la polvere. Poi gli stracci non sono così rifiniti come i panni: questi ultimi, infatti, sono cuciti ai loro bordi e portano un’etichetta recante le istruzioni d’uso per poterli lavare e riutilizzare più volte. Gli stracci, come sopra citato, sono costituiti da materiale organico di origine vegetale che, a differenza dei panni in microfibra sintetici, sono più facilmente aggredibili dai microrganismi e le loro fibre risultano degradabili dagli acidi e dalle basi contenute in molti detergenti comunemente usati. Inoltre, proprio perché gli stracci derivano da vari e diversi tessuti logori, non è detto che siano propriamente adatti a pulire una specifica superficie! Può capitare che gli stracci non raccolgano bene lo sporco e ti costringano perciò a passare e ripassare la stessa zona, rendendo infinita e faticosa la pulizia di casa. Gli stracci non si possono usare più di due o tre volte e vanno gettati quando sono troppo sporchi: in tal modo si generano ulteriori rifiuti da smaltire. Sono definiti comunemente stracci anche i canovacci che invece sono teli di cotone o lino a trama grossa usati per asciugare stoviglie, piatti a altri utensili da cucina. I canovacci sono più simili ai panni e si distinguono dagli stracci proprio perché hanno una funzione specifica; sono cuciti al loro bordo e presentano occhielli per poterli appendere ad un gancio. Altri panni che vengono confusi sovente con gli stracci sono i “torcioni”: si tratta di tessuti usati nel settore della ristorazione dai camerieri e dai cuochi per afferrare i piatti caldi o per pulirsi le mani o il tavolo rapidamente. Generalmente i cuochi li tengono appesi al grembiule in cucina, mentre i camerieri li portano appoggiati all’avambraccio quando si trovano in sala. Nel gergo comune, il termine stracci è usato anche in significati metaforici e figurati. “Ci sentiamo degli stracci” significa essere davvero esausti, senza energie. “Ridursi a stracci” o “Diventare stracci” vuol dire deperire fisicamente in modo vistoso. “Non avere che stracci per vestiti” o “Vestirsi di stracci” indica che gli indumenti cui si fa riferimento sono davvero scadenti o logori. “Sono stracci di persone” è un’altra espressione usata per descrivere persone ordinarie, senza pretese e molto modeste. |